Carlo Di Clemente

Carlo Di Clemente

Biografia

Formazione di studi classici, all’amore per gli studi e all’attività sul campo in Archeologia, alterna  sempre la passione per il teatro e la scrittura.

Tra  il  2005  e  il  2013 lavora  presso  l’Associazione Culturale “Pescatori di Poesia” e “Lab ‘04 laboratorio teatrale permanente” a Roma, in qualità di attore e

co-autore di spettacoli teatrali in giro per l’Italia.

Intende la Poesia come uno scandaglio dell’anima e, al contempo, un linguaggio per esprimere ad altri quel che racconta la vita, vissuta nella sua semplice, stimolante quotidianità.

In un’epoca che sta facendo della velocità quasi la sua condizione necessaria, la Poesia invita alla pausa, alla sospensione del tempo che occorre alla lettura e alla rilettura, con un’attenzione e una cura oggi sempre più rare.

“Trovo il rapporto con il tempo uno degli aspetti più affascinanti della scrittura, scrivo le mie poesie accostandomi alla pagina da riempire come se idealmente  scrivessi una lettera ad una persona cara in un dialogo silenzioso, questo può voler dire impegnarsi per un periodo indefinito, per tradurre in parole ciò che occhi, mente e cuore avvertono e ricordano”.

Poesie

Non già d’autunno,

colori di fine estate,

commiato al tepore d’Agosto,

una tranquilla quiete d’attesa.

Deserte le vie,

già sature di fumo di comignoli,

a convegno su tappeti di coppi,

stesi al sole della valle.

Più del sole ora scaldano,

le bocche di stufe e camini,

e chiamano, la sera, la stagione in arrivo.

Giornate.

Giornate di Ottobre.

Giornate di Novembre.

Luce che cambia gli umori,

rumori che tacciono al primo bramito.

Ritornerò, come la mia stagione,

e un’altra aria, severa, attraverserà il paese,

già stretto in un abbraccio di case, contro il gelo.

Ritornerò in quel frammento di civiltà,

battuto dalla solitudine,

per ascoltare la voce di anime dai volti di freddo,

rugosi, come corteccia di antichi racconti.

Vorrò, davanti a loro, farmi terra,

per raccogliere le tracce della loro memoria.

La vedrei pentagramma,

perché lei è un foglio bianco da scrivere,

troppe volte sgualcito,

una pagina strappata via,

letta in fretta.

Viaggia,

leggendo il mondo a tocco di dita,

leali e leggere.

Averle le ali,

per accompagnarla altrove,

ovunque,

non qui e non ora,

ma domani, sempre,

e a quattro mani vivere la vita.

Seduti sulle scale di allora,

ognuno fa i suoi conti.

Domani li spargeremo come semi,

per un raccolto da bruciare.

Con mani annerite,ferite,

troveremo nelle tasche le ultime braci

e la voglia di calore ci farà tremare.

Torniamo sulla terrazza,

a seguire il moto ondoso.

Nelle pieghe delle nostre frasi,

ci troviamo e la complicità

fa confessare sogni rimasti incagliati

e caparbia fomenta la rabbia,

che chiama le onde a dire la loro,

solo per smentirle con una risata.

Anche bevessimo acqua salata,

più forte rideremmo,

perché siamo rivoluzione,

armata di un cuore di fuoco.

Il pane che manca

E’ una panca più stretta,

Un posto in meno,

Dove si aspetta la sorte.

Chi va a fondo o risale,

Chi parte e chi piange,

Bevono tutti lo stesso sale.